OPERA D ARTE
L'annosa domanda che pulsa al fondo di questo libriccino - ossia non solo come capire l'opera d'arte, ma, al contempo, come dare forma verbale, come trasformare in corpo linguistico questa comprensione - è la stessa che ogni storico dell'arte coscienzioso ripete a se stesso dal momento in cui comincia il suo percorso di studio rivolto a opere d'arte fatte di "cose" e non di "parole". Le quali "cose", nell'unità interna dei propri elementi visivi, vivono perfettamente autonome. Autosufficienti nella loro immanente logica interna. Da qui, per dirla con Karl Philipp Mortiz, quel "compiuto in se stesso" che sembra fare terra bruciata attorno al fatto figurativo. Qual è la domanda cruciale che Wolfflin si pone al principio di questa conferenza? L'interrogativo è questo: se mai le opere d'arte devono essere spiegate, come si possono spiegare a parole? In questa direzione sempre Moritz è apodittico: l'essenza del bello consiste nel funzionamento delle parti considerate nel loro insieme; per cui il "bello spiega se stesso", "si descrive attraverso se stesso", "dunque non ha bisogno di alcuna spiegazione o descrizione oltre al cenno del dito che si limita ad indicare il contenuto." Non occorrerebbe aggiungere altro.
Lo storico dell'arte sa bene che questa battaglia tra sistemi di segni opposti (visivo/verbale) non assottiglierà mai la smagliatura tra linguaggio verbale e linguaggio visivo, e che ogni descrizione di un'opera d'arte figurativa è sempre illuminazione parziale di un intero fatto di plurimi strati. A questo punto potremo deporre le armi e ritirarci nel fascino silenzioso di un viaggiare solitario e silenzioso tra chiese, musei e palazzi. Ma Wolfflin come risponde a questa tradizione che dalla "poesia muta" di Leonardo passa a Moritz, a De Piles, raggiunge Fiedler e arriva a pensatori come Croce e Ragghianti? Si tratta di condannare la parola tout court, o una cattiva letteratura che fa delle descrizione dell'opera una forma di logocentrismo? Oppure si deve accettare che la parola, nonostante tutte le sue imperfezioni di "traduzione", sia il solo veicolo in mano all'uomo affinché un discorso sull'arte esista? Wolfflin non prende posizione per l'una o per l'altra, sceglie una via di mezzo, come prima di lui fece Alois Riegl laddove afferma che compito dello storico dell'arte è "far parlare l'opera nella sua lingua". Rifletterà su questo assunto anche Foucault quando si mette davanti a Las Meninas di Velazquez. Scrivere l'opera d'arte figurativa, malgrado la sua irraggiungibilità e inafferrabilità verbale, nonostante l'imperfezione costitutiva di ogni "equivalenza" - ecco la grande battaglia che ogni scrittore d'arte vive quotidianamente nel suo laboratorio di decifrazione visiva. Una cadenza malinconica, come di chi scrive per narrare un amore lontano, penetra anche nella scrittura foucaultiana, di fronte alla descrizione verbale de Las Meninas. Ecco cosa scrive il filosofo: "Ma il rapporto da linguaggio a pittura è un rapporto infinito. Non che la parola sia imperfetta e, di fronte al visibile, in una carenza che si sforzerebbe invano di colmare. Essi sono irriducibili l'una all'altra: vanamente si cercherà di dire ciò che si vede: ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice; altrettanto vanamente si cercherà di far vedere, a mezzo di immagini, metafore, paragoni, ciò che si sta dicendo: il luogo in cui queste figure splendono non è quello dispiegato dagli occhi, ma è quello definito dalla successione della sintassi."
Ecco il punto: l'esercizio linguistico dello storico dell'arte deve essere pari a quello di apprendimento di una lingua straniera. Lo stile figurativo deve essere assimilato con i suoi vocaboli e la sua grammatica specifica; occorre cioè imparare a vedere lo stile secondo le proprie strutture di senso, senza disperdersi in canoni universali di valutazione. Ciascuno stile configura a proprio modo il reale visibile, essendone in senso forte il "medium", il mezzo tramite il quale il reale perviene a visibilità. Il motto che deve guidare lo storico dell'arte è, secondo Wolfflin, "sehen lernen", 'imparare a vedere' l'espressione figurativa nella sua specificità, senza proiettare su di essa la nostra sensibilità, o abitudini percettive, di uomini del nostro tempo. Capire l'opera d'arte significa abituarsi non solo a nominarne lo stile; ma anche a non vederla "isolata" poiché la sua individualità va intesa sempre riferendola ad una rete più ampia di rapporti che Wolfflin suggerisce essere "verticale" (i predecessori e successori della storia degli stili) e "orizzontale" (cogliendo sincronicamente la singola opera nella relazione con il corpus complessivo di un artista, e nella relazione dell'artista con la scuola, il movimento, la sua generazione, il popolo, la terra ai quali appartiene per cultura).
Da queste premesse occorre partire e, strada facendo, non dimenticarle mai. Scrive Wolfflin: "Devono davvero essere spiegate le opere d'arte? Non è forse una caratteristica dell'arte figurativa quella di spiegarsi da se stessa, cosicché chiunque possa leggerla? Naturalmente, finché si tratta del contenuto oggettivo, l'esigenza è senz'altro ovvia. Un quadro rappresenta qualche cosa, un edificio serve ad uno scopo, una macchia ha un significato; e tutto ciò deve essere spiegato. Ma la forma, della quale qui ci si deve unicamente occupare, non parla dunque da se stessa? Per comprendere un disegno giapponese, non occorre che io abbia imparato il giapponese. Una figura medievale dice a chiunque immediatamente qualche cosa, nonostante i secoli che ci separano da essa. Una scultura sarà, in generale, sentita come un modo di comunicare molto più definito che non la parola scritta, che conserva sempre il più alto grado di plurivalenza. [...] Anche ammettendo che le cose stiano così, il vedere è tuttavia qualcosa che deve essere appreso." Wolfflin va al cuore della figurazione artistica sottolineando la specificità del suo linguaggio: un linguaggio che parola non è. Lo ribadirà Henri Focillon in un passaggio icastico come un aforisma di "Vita delle forme": "Il segno significa, mentre la forma si significa." Da qui, da questo corpo a corpo atroce e bellissimo, deve partire chi scrive di opere d'arte visive.
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